Diagnosticare l’Alzheimer prima che sia in grado di causare il crollo delle funzioni cognitive del paziente è molto difficile. La malattia inizia in realtà molti anni prima della diagnosi; coglierne i segni precoci richiederebbe screening accurati e un’attenzione particolare anche ai più piccoli segnali che l’organismo invia.
Recentemente, come abbiamo riportato in questa sezione del sito, un gruppo di scienziati del Krembil Brain Institute di Toronto, in Canada, ha ribaltato la prospettiva circa le cause e la natura della malattia. L’individuazione dei processi che la determinano è l’obiettivo di numerosissimi studi, da diversi anni.
La notizia che la malattia potrebbe avere origine autoimmune, cioè potrebbe essere causata da un anomalo funzionamento del sistema immunitario apre a un universo di possibilità circa le cure finora insospettato. Naturalmente altre ricerche avranno il compito di confermare o smentire l’ipotesi ‘Alzheimer malattia autoimmune’.
In ogni caso, a testimonianza dell’intensa attività in corso, da parte dei team di ricercatori e dei centri di ricerca scientifica concentrati su questa patologia, si fa strada un’altra possibilità che interesserebbe tutti i pazienti con Alzheimer. Si tratta in questo caso della diagnosi, appunto, e della necessità che sia tempestiva. Cosa che appare attualmente impossibile.
Uno studio condotto dalla Shanghai Jiao Tong University ha individuato per la prima volta un biomarcatore affidabile per la diagnosi precoce della malattia neurodegenerativa. Si tratta dell’acido formico. Sarebbe quindi possibile correlare la presenza di alti livelli di questa sostanza all’esordio di una probabile malattia, semplicemente facendo un esame delle urine.
Gli scienziati guidati da Yifan Wang, gerontologo della Shanghai Jiao Tong University, hanno preso in esame quasi seicento persone, sane o con Alzheimer a diversi gradi di avanzamento. Hanno analizzato la loro urina e il loro sangue e le hanno valutate dal punto di vista psicologico. I risultati hanno portato a concludere che nei pazienti con Alzheimer i livelli di acido formico sono più alti. L’acido formico è un metabolita della formaldeide, del metanolo e di altri agenti chimici e la sua presenza nelle urine può segnalare altre condizioni patologiche, come le infezioni (anche quelle causate dall’Escherichia coli a carico delle vie urinarie e dell’apparato gastrointestinale).
Altre ricerche hanno messo in relazione gli squilibri della flora intestinale, del microbiota quindi, con la formazione delle placche amiloidi nel cervello, tipiche dell’Alzheimer. Le proteine prodotte da alcuni batteri ospiti dell’intestino potrebbero alterare l’interazione tra il sistema immunitario e quello nervoso e scatenare la malattia neurodegenerativa. Alti livelli di acido formico nelle urine potrebbero quindi essere la spia di tali processi in atto.
L’analisi dei livelli di acido formico nelle urine e di altri biomarcatori presenti nel sangue dei potenziali pazienti aiuterebbe a formulare una diagnosi certa molto prima del tracollo cognitivo del paziente, fornendo l’opportunità di intervenire per tempo.
La scienza studia per trovare il modo di anticipare la malattia, con la diagnosi precoce, e poi di curarla. Ciascuno di noi invece dovrebbe riuscire ad ‘autoascoltarsi’, fare cioè attenzione ai messaggi che il corpo invia.
Allontanare le malattie per un tempo abbastanza lungo è possibile se si conduce una vita sana, mangiando in maniera equilibrata e svolgendo una regolare attività fisica. L’alimentazione che dovrebbe essere varia e privilegiare i vegetali e i legumi, le farine integrali, il pesce e la carne bianca può essere integrata mediante prodotti specifici.
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Ricordiamo che i farmaci vanno assunti solo dietro prescrizione medica, mentre per gli integratori il parere del medico è raccomandato.
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