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Le malattie autoimmuni (alcune in particolare) sono difficili da diagnosticare. Il paziente è colto da sintomi che si manifestano a volte quando la patologia è in fase avanzata; essi sono per giunta aspecifici (sono cioè molto comuni, presenti anche in altre condizioni patologiche). La ricerca scientifica è molto impegnata sul fronte di queste patologie, delle quali come sappiamo è complicato risalire alle cause.

La difficoltà di determinare le cause delle malattie autoimmuni

Oltre a non essere facilmente diagnosticabili, queste patologie sono quindi poco comprensibili dal punto di vista dell’eziologia. In ogni caso, è noto che a determinarle sia un complesso di fattori, tra i quali anche quelli di origine genetica. Le condizioni ambientali possono concorrere alla genesi delle malattie autoimmuni.

Alla base della condizione patologica vi è un cattivo funzionamento del sistema immunitario, il quale non riconosce un tessuto o un organo come parte dell’organismo e lo attacca come se si trattasse di un agente patogeno, cioè come se rappresentasse una minaccia per la salute.

Anche le infezioni e lo stress o l’uso di determinati farmaci possono far parte dei fattori di rischio, rispetto allo sviluppo di una patologia autoimmune.

La ricerca scientifica che pone la peste nera in relazione con le patologie autoimmuni

Quanto alle ricerche più recenti, alcune registrano risultati assolutamente sorprendenti proprio sul ruolo dei geni. Uno studio targato Mc Master University, University of Chicago e Pasteur Institute, recentemente pubblicato sulla rivista Nature, ha preso in considerazione il DNA delle vittime dei sopravvissuti alla grande epidemia di peste nera del XIV secolo. Al vaglio i geni estratti dai resti delle persone morte prima che la peste sconvolgesse l’Europa, l’Asia e l’Africa, ma anche il DNA di individui deceduti a causa della peste e il patrimonio genetico di individui che invece sono sopravvissuti.

I risultati della comparazione dei dati raccolti portano i ricercatori alla conclusione che i geni (in particolare due copie identiche del gene ERAP2) che hanno permesso ai sopravvissuti di superare quell’epidemia sono gli stessi che attualmente vengono associati alle malattie autoimmuni.

Sono le dinamiche geniche che appunto consentono, come nel caso della peste nera, di superare le epidemie a determinare anche il futuro, dal punto di vista della risposta del sistema immunitario. Geni che hanno protetto rispetto alla peste oggi rendono vulnerabili rispetto ad altre patologie.

Le conseguenze della Covid sul sistema cardiovascolare, la ricerca indaga

Studi come questo sono essenziali, soprattutto oggi. Anche gli studi sul virus Sars-CoV-2 potranno dare moltissime risposte sul futuro. La ricerca è all’inizio del cammino, nel caso delle conseguenze della Covid sulle prossime generazioni o anche nelle persone che hanno contratto il virus. Eppure, alcuni importanti risultati sono già stati raggiunti.

Uno dei tanti studi interessanti a riguardo si concentra sui nessi tra il nuovo coronavirus e le malattie cardiovascolari. Si tratta della ricerca della Washington University di St. Louis pubblicata su Nature, diversi mesi fa. Secondo i dati esaminati, nell'anno successivo a una infezione da Sars-CoV-2 aumenta di oltre il 60% il rischio di incorrere in una malattia cardiovascolare: ciò vale non soltanto per chi ha avuto una forma severa di Covid-19 ma anche per chi è stato colpito in maniera lieve. Le ricerche sono state condotte confrontando i dati relativi alle persone che si erano ammalate con i dati riguardanti gli individui non entrati in contatto con il virus.

Come si fa ad avere un sistema immunitario in salute

Le tre paroline magiche per garantirsi difese forti sono cibo, sonno e sport. Per vivere meglio e più a lungo è necessario alimentarsi correttamente, bilanciando bene le sostanze da ingerire e privilegiando le proteine vegetali, fare attività fisica quotidianamente o almeno 3/4 volte alla settimana e dormire.

Il sonno (7/8 ore almeno per notte) deve essere di buona qualità, quindi non interrotto o disturbato. Il dormiveglia non dà ovviamente il giusto riposo di cui l’organismo ha bisogno. Quanto all’alimentazione bisognerebbe nutrirsi (il microbiota intestinale influenza l’attività immunitaria), non semplicemente mangiare, e sarebbe opportuno farlo a orari regolari. Mangiare e dormire sempre nelle stesse fasce orarie aiuta il corpo ad autoregolarsi. E la regolarità è importante se si desidera un sistema immunitario in forma.

Gli integratori naturali frutto dell’innovazione tecnologica

In capsule o in soluzione orale, NKlife AHCC® è un prodotto frutto di un particolare processo produttivo che attinge alla natura per realizzare un integratore dalle proprietà straordinarie. Dotato di elevata biodisponibilità, viene immediatamente assorbito ed è subito attivo nell’organismo; è estratto dal fungo Lentinula edodes o Shiitake grazie a un brevetto esclusivo di Amino Up di Sapporo, in Giappone. Il fungo è l’unico al mondo a poter vantare una grande concentrazione di α-glucani.

Il composto NKlife AHCC® combatte infezioni e infiammazioni, è utile nel supportare i trattamenti per i pazienti diabetici, è un adiuvante nei trattamenti antitumorali, i suoi effetti benefici si applicano anche all’ambito ginecologico e aumenta l’attività delle cellule Natural Killer, del sistema immunitario innato. Rinforza, ecco la sua principale funzione, l’attività del sistema immunitario nel suo complesso.

La soluzione orale contiene anche estratto di perilla, che non solo rende gradevole il suo sapore ma si associa alla funzione immunomodulante e antinfiammatoria del composto.